L'artista

Pietro Barbalonga, scultore
Messina ? – Ajello 23 aprile 1626

La ricerca d’archivio, che ha condotto, come si è visto, ad individuare in Pietro Barbalonga l’autore dei rilievi scultorei di palazzo Giannuzzi, ha portato nel contempo al rinvenimento di una serie di contratti inediti stipulati in Aiello dallo scalpellino, che assieme ai documenti già noti illustrano, almeno in parte, l’attività artistica del messinese in Calabria e la fondazione di una vera e propria scuola di “scultura architettonica” nel feudo di Aiello, sullo scorcio del Cinquecento e nei primi decenni del Seicento.
Molto verosimilmente Pietro Barbalonga giunse per la prima volta ad Aiello nel 1596, assieme ai soci Giovan Battista Cioli ed Andrea Matini, chiamatovi, come noto, dal governatore Alfonso Cybo per edificare l’altare in pietra verde, pietra nera e marmo di Carrara, destinato alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, per un compenso di 120 ducati, come risulta dal contratto rogato in Aiello dal notaio De Valle. Prima di questa data non si conoscono infatti documenti che segnalino la presenza dello scalpellino nel feudo aiellese, né peraltro sono noti documenti di alcun genere che riguardino la sua vita o la sua formazione prima del suo arrivo in Aiello.
Dal 1596 in poi si rinvengono nei registri dei notai aiellesi numerosi atti che testimoniano la presenza stabile di Pietro Barbalonga nel feudo calabrese. Nel 1609 lo scalpellino sposò in Aiello Isabella Giannuzzi, come testimonia un inedito contratto di matrimonio del notaio Guercio e morì nello stesso feudo nel 1626, dopo una permanenza di ben trent’anni. Messina è la città di origine di Barbalonga, come si apprende da molti dei documenti notarili da lui stipulati, dove egli è detto «scalpellino messanense e habitante al presente» in terra di Aiello.
Come visto sopra, nel 1597 si impegna con Scipione Giannuzzi di Aiello a realizzare «alcune finestre» assieme a Giovan Battista Cioli, e con l’arcidiacono Tranfo di Tropea «se obliga fare una cappella […] di petramisca, negra, et marmo secondo il modello […] consignato nel monesterio dell’Annuntiata di detta città di Tropea, fra un anno, fra lo quale tempo prometteno darla compita».
Ancora da Tropea, sede vescovile, giunge una successiva commessa per la realizzazione di una cappella nel duomo della città, voluta dal nobile Giuseppe Galzerano. Il contratto relativo è stipulato a Tropea dal notaio Francesco Amaro il 21 ottobre del 1598; nell’atto si stabilisce un compenso, per Barbalonga e Cioli, di 430 ducati, da saldare alla consegna dell’opera, prevista nell’ottobre del 1600. Della cappella si conserva oggi solo il pannello marmoreo raffigurante la Natività, collocato sotto il pulpito nella navata centrale del duomo.
Al 1602 risale un contratto inedito per la realizzazione di una cappella nella chiesa di Santa Maria di Aiello, commissionata da Marco Antonio Giannuzzi. Nel documento si legge che «detto mastro petro promette a detto donno marco antonio presente et stipulante farli una cappella dentro la chiesa di santa maria di detta terra della forma conforme al disegno fatto quale e firmato di mano di me notaio di detto donno marco antonio et di mutio giannuzo che resta in potere di esso mastro petro». Il progetto è fornito da Barbalonga, e il compenso è pattuito in 110 ducati, dei quali 60 vengono consegnati all’artista contestualmente alla stipula dell’atto notarile. Di questa opera, che doveva essere collocata nella chiesa Matrice di Aiello, più volte danneggiata dai terremoti, non rimangono oggi tracce visibili. Del 1603 è l’importante contratto per la realizzazione di diverse opere «per la fabbrica di Scipione Giannuzzi», di cui si è detto in precedenza.
Nel luglio del 1604 Barbalonga si impegna con il reverendo Don Marco Cimino a realizzare, conformemente al modello fatto, una cappella per la chiesa dei Santi Giacomo e Rosalia, «nella piazza d’Ayello». L’edificio sacro, un tempo annesso al convento di Santa Chiara, venne completamente distrutto dal terremoto del 1905. Nel fissare le caratteristiche dell’opera, il contratto fa riferimento alle colonne della cappella di San Francesco di Paola nella chiesa di Santa Maria di Aiello; il compenso è fissato in 60 ducati. Il contratto, inedito, è stipulato presso il notaio Giulio Guercio.
Nel novembre dello stesso anno 1604, un altro contratto inedito, rinvenuto ancora nei registri del notaio Guercio, vede Barbalonga impegnarsi per la realizzazione di «otto colonne rustiche di porfido», di otto palmi ciascuna, in origine commissionate a mastro Laurenzio Petrone di Tessano e mastro Leonardo Arduino di Dipignano dal governatore della provincia di Calabria Citra, Felice De Gennaro. I due soci, che trovano difficoltà nell’impresa, affidano allo scalpellino locale il compimento del lavoro, valutato in sessanta ducati, compreso il trasporto delle colonne al porto sul Savuto per l’imbarco. Le colonne dovevano essere cavate dalla “possessione” di Scipione e Mutio Giannuzzi, posta vicino al fiume Savuto, a breve distanza da Aiello.
Al 13 dicembre del 1604 risale un interessante atto notarile, rinvenuto nei registri del notaio De Valle, stipulato da Pietro Barbalonga con Marco Antonio Vulpe. Il documento non riguarda la realizzazione di opere, ma testimonia l’impegno da parte dell’artista messinese, «habitante in Aiello», ad insegnare l’arte di scalpellino. Gli obblighi reciproci delle parti sono chiariti dal contratto: «Marcus Antonius non vi sed sponte cum iuramento promette et se obliga servire et assistere alli servitij di detto mastro Petro nell’arte de scarpellino, et continuare a detta arte et servitij per anni due continui, et esso mastro Petro promette per detto tempo imparare l’arte di scarpellino a detto Marc’Antonio ita et tale che alla fine di detto tempo sia mastro atto a lavorare da per se, et fare detta arte di scarpellino, consignarli due ferri una mazzola, et uno martellino, et per detto tempo farli cespite calzarlo et vestirlo, et pagarli li pagamenti finali et altri pesi et collette ch’imponerà l’università tali patti che non servendo detto Marco antonio per detto tempo et mancando da li servitij più d’otto giorni sia tenuto a tutti danni spese et interessi et sia licito ad esso mastro Petro mettersi discipolo a tre carlini il giorno a danno d’esso mastro Marc’Antonio».
Negli anni successivi furono stipulati da Barbalonga altri accordi dello stesso tenore, che testimoniano la formazione di una vera e propria bottega per l’insegnamento dell’arte dello scalpellino, alla quale si formeranno numerosi allievi, come vedremo nella segnalazione cronologica dei documenti di seguito riportati. Le commesse erano infatti frequenti, e l’attività costruttiva doveva essere in tale crescita da giustificare la formazione e l’utilizzo di apprendisti qualificati.
Nel maggio del 1607 Barbalonga stipula presso il notaio Guercio di Aiello un contratto con Giovanni Volpe e il figlio Bartolo, finalizzato a definire la collaborazione per la conduzione di un importante cantiere affidato al messinese. Si tratta del «monastero di monache», corrispondente al convento di clausura di Santa Chiara, costruito alla piazza di Aiello e commissionato dall’Università, la cui istituzione fu sostenuta anche dal vescovo Tommaso Calvo, in carica dal 1593 al 1613. Nel documento, inedito, si stabilisce che Giovanni Volpe debba «assistere in assenza di esso mastro Petro allo edificare di detto monastero conforme al disegno facto per esso mastro Petro», e si fissano le regole e le condizioni economiche dell’accordo. Sebbene purtroppo il terremoto del 1905 abbia completamente distrutto l’edificio, è di estremo interesse avere conferma della data della sua costruzione e soprattutto della sua progettazione da parte di Barbalonga. Come risulta da questo e da altri documenti, lo scalpellino messinese svolse in Aiello un ruolo decisivo nella realizzazione di opere di varia natura, dall’architettura religiosa a quella civile, non limitandosi ad eseguire un’attività manuale di tipo scultoreo, ma rivestendo un vero e proprio ruolo da architetto, progettista e direttore del cantiere. Nei contratti stipulati da Pietro Barbalonga per la realizzazione delle diverse opere commissionategli, si fa quasi sempre riferimento ai disegni da lui eseguiti; tale ruolo progettuale pare ancora più rilevante nella realizzazione ex-novo del monastero nel centro di Aiello, come si apprende dal documento citato.
A questi lavori si uniscono quelli già descritti per la facciata di palazzo Giannuzzi, riportati nel contratto del 1607 stipulato presso il notaio De Valle.
Al 6 settembre del 1608 risale un contratto dello scalpellino con Giacomo Cavallo, per adornare la cappella del committente nella chiesa di San Bernardino in Amantea. Barbalonga doveva realizzare due statue in atteggiamento orante, raffiguranti Giacomo Cavallo e la moglie Prudenza Baldacchini, e «con li soi adornamenti, et cornici di pietra nigra, et misca, conforme al ritratto seu disegno fatto per detto mastro Pietro». Inoltre il progetto prevedeva «uno sepulcro di pietra nigra et misca conforme al desegno fatto pure per detto mastro Pietro» ed anche «una balaustrata di pietra verde innanti detta cappella verso la nave della chiesa». Il compenso pattuito era di duecento ducati, da saldare alla consegna dell’opera, fissata per la fine di agosto del 1609.
Affermatosi con crescente successo in Aiello grazie all’attività di scalpellino e architetto, nel maggio del 1609 Pietro Barbalonga vi acquista una casa posta nel centro dell’abitato, «in pede la piazza», pagandola duecento ducati al venditore Lucio Di Malta, come si evince da un atto inedito del notaio Guercio. Nel novembre dello stesso anno sposa Isabella Giannuzzi, come ricordato, che reca in dote duecentocinquanta ducati in denari e cento in beni mobili.
Un altro atto notarile inedito, del 1609, riguarda l’ingresso nella bottega dello scalpellino di un nuovo apprendista, Paolo Villanova, che si lega alla protezione del Barbalonga per un periodo di otto anni. È assai interessante notare come l’apprendistato in questo caso non riguardi solo l’arte di scalpellino, ma anche quella di disegnatore.
Nel 1611 Barbalonga riceve la commessa di un sepolcro da realizzare nella cappella della Concezione del monastero di Aiello, per la sepoltura del cavaliere Giuseppe Staffino, padre dei committenti Mutio e Sertorio. L’opera, progettata da Barbalonga, dovrà essere compiuta entro l’agosto del 1612; il compenso è fissato in cento ducati. Il sepolcro sarà realizzato «de marmo nero verde et russo cum uno archetto intorno de petradulce conforme al disegno facto che resta in potere di esso mastro petro con farci oltre il disegno le armicelle di marmo bianco». Il pagamento, effettuato dai frati del monastero, è stabilito in complessivi 100 ducati.
La fervente attività artistica della bottega di Barbalonga in Aiello dovette essere così redditizia che nel marzo del 1612 egli acquista per la notevole somma di novecento ducati una possessione arborata, come risulta da un contratto rogato dal notaio Giulio Guercio.
Con un contratto del 16 agosto 1612 del notaio Tiberio Bove, Barbalonga si impegna ancora a tramandare l’arte dello scalpellino ad Alfonso Vinci, proveniente dalla terra di Petramala, per sette anni consecutivi, con l’obbligo di provvedere a tutto il necessario per l’apprendista anche in caso di malattia. Al termine del periodo di formazione, il maestro era tenuto a consegnare ad Alfonso i ferri del mestiere. Nel caso invece di assenza dalla bottega dell’allievo, mastro Petro poteva accogliere in bottega un altro lavorante rivalendosi delle spese sullo stesso Alfonso.
Ancora nel 1616 Barbalonga si impegna a insegnare l’arte dello scalpellino per otto anni a Francesco Macchione, con l’assenso del padre Jacopo, in quanto apprendista di minore età. Il maestro doveva provvedere a tutte le spese necessarie per l’allievo, comprese le spese mediche e quelle fiscali imposte dall’università. Al termine dell’apprendistato l’allievo doveva ricevere i ferri del mestiere.
Nel 1619 la Confraternita dei Nobili di Amantea commissiona allo scultore-architetto messinese la progettazione e l’esecuzione di alcune opere per il proprio oratorio posto nel monastero di San Bernardino, dove il Barbalonga aveva già realizzato negli anni precedenti la cappella dei Cavallo.
L’ultima notizia documentata su Pietro Barbalonga è quella che testimonia la sua morte, avvenuta in Aiello il 23 aprile del 1626, dopo essere stato «confessato et comunicato et adoliato», annotata nel Libro dei Morti della parrocchia di Santa Maria Maggiore. Il suo corpo fu tumulato nella stessa chiesa Matrice, e ciò testimonia dell’importante ruolo sociale raggiunto dall’artista nella comunità d’adozione.
Attraverso la lettura dell’insieme dei documenti che lo vedono protagonista, è possibile ora intendere più compiutamente il ruolo di primissimo piano svolto dall’artista siciliano nel piccolo feudo aiellese e la probabile posizione di monopolio artistico raggiunta dalla sua bottega, sullo scorcio del Cinquecento e nei primi decenni del Seicento. Le opere aiellesi citate nei documenti sopra elencati non si sono purtroppo conservate, ad eccezione di quelle realizzate in palazzo Giannuzzi, affacciato ancora oggi sulla piazza principale del paese, mentre alcune importanti opere conservate, come la cappella Cybo e i due archi scolpiti, di Santa Maria delle Grazie e di San Giuliano, attribuibili a Barbalonga, non sono allo stato attuale documentate. È inoltre assai probabile che l’artista, dotato di precipue capacità imprenditoriali, come risulta dalle vicende sopra ricostruite, abbia realizzato altre opere attualmente non identificate anche fuori dal piccolo feudo. Il suo lavoro avrà verosimilmente influenzato, anche dopo la sua morte, la produzione artistica successiva, direttamente, mediante l’opera degli scalpellini della sua bottega, e indirettamente, attraverso i manufatti da lui ideati e realizzati. Ulteriori indagini d’archivio, allargate ad altri centri della regione, potranno probabilmente fare luce in tal senso.

Tratto da: Dina Caligiuri, Palazzo Giannuzzi. Un’architettura di ispirazione romana tra Cinque e Seicento: documenti inediti e nuove analisi critiche, in ESPERIDE, Rivista semestrale, Numero 23-24, Anno XII, 1°-2° semestre 2019

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